Un BTP sembra semplice — presti soldi allo Stato, incassi cedole, a scadenza riprendi 100. Ma dietro ci sono cose che quasi nessuno spiega bene: cosa significa comprarlo sopra o sotto la pari, la duration, e quanto ti resta davvero al netto di tasse, bollo e inflazione. Vediamolo con i dati.
Provalo tu: quanto rende davvero
Metti prezzo, cedola e scadenza del titolo (o parti dall’esempio) e guarda il rendimento netto e reale. Poi, sotto, spieghiamo ogni pezzo.
Sopra e sotto la pari: perché la cedola non è il rendimento
Il primo errore del neofita è pensare che «cedola 4%» significhi «guadagno il 4%». Non è così: il rendimento vero dipende anche dal prezzo a cui compri. Il valore di rimborso è sempre 100 (la «pari»); il prezzo di mercato, no.
Sotto la pari (es. 94): compri scontato e a scadenza ti rimborsano 100 → oltre alle cedole incassi un guadagno in conto capitale. Facile e intuitivo.
Sopra la pari (es. 106): qui scatta il preconcetto — «pago 106 per riaverne 100, ci perdo». Sbagliato. Un titolo quota sopra la pari proprio perché la sua cedola è più ricca di quella che offre oggi il mercato: quelle cedole extra più che compensano i punti che «perdi» al rimborso. Chi guarda solo il 106→100 si dimentica le cedole.
Cosa mette tutti d’accordo? Il rendimento effettivo a scadenza (il TIR): unisce cedole e guadagno/perdita in conto capitale in un solo numero. È quello che conta — ed è il numero grande del calcolatore qui sopra. Prova a spostare il prezzo tra 94, 100 e 106: il TIR resta positivo anche sopra la pari, solo più basso. Il prezzo si aggiusta finché il rendimento effettivo non pareggia quello di mercato.
E ricordi il fisco? La «perdita» a scadenza di un titolo comprato sopra la pari è una minusvalenza, quella che finisce nello zainetto per compensare altre plusvalenze. Sopra la pari, quindi, non solo non è una perdita: a volte è persino fiscalmente comodo.
Il rateo: perché paghi più del prezzo che vedi
Compri un BTP a metà tra due cedole e sul conto ti addebitano più del prezzo esposto. Non è un errore: è il rateo, la parte di cedola già maturata che spetta a chi ti vende il titolo (le cedole vanno per intero a chi possiede il titolo il giorno dello stacco).
Il prezzo quotato è il «corso secco» (solo il valore del titolo); quello che paghi davvero è il «tel quel» = corso secco + rateo. Esempio: cedola semestrale da 225 €, sei a metà periodo → paghi circa 112 € di rateo in aggiunta.
Ma non è un costo: alla prima cedola incassi la cedola intera, riprendendoti il rateo che avevi anticipato. In pratica hai solo «prestato» al venditore la sua quota di cedola. E il fisco lo sa: il rateo che paghi si scala dalla base imponibile della cedola, così non paghi le tasse due volte sugli stessi interessi.
La duration: quando rientri davvero dei tuoi soldi
La duration è, in parole semplici, il tempo medio in cui rientri dei tuoi soldi. Ogni cedola ti ridà un pezzo del capitale lungo la strada, non solo alla fine: così, in media, rientri prima — ed è questo che accorcia la duration. Con uno zero-coupon incassi tutto in un colpo solo a scadenza, e la duration coincide con la scadenza.
Perché conta? Perché la duration misura anche quanto oscilla il prezzo quando la BCE muove i tassi: più è lunga, più il prezzo balla. Regola pratica: se i tassi salgono dell’1%, un titolo con duration 7 perde circa il 7% (e viceversa). Ecco perché, a parità di tutto, un BTP lungo è più «nervoso» di uno corto.
Il rischio Paese: lo spread e la crisi del 2011
Il prezzo di un BTP non si muove solo coi tassi della BCE: dipende anche dalla fiducia nell’Italia. La misura è lo spread — la differenza di rendimento tra il BTP e il Bund tedesco (il debito considerato «sicuro»): più sale, più il mercato chiede di essere pagato per il rischio-Italia, e più il prezzo dei BTP in circolazione scende. La crisi del 2011-2012è l’esempio da manuale.
Attenzione a leggerlo bene: chi nel 2011 ha venduto ha incassato la perdita; chi ha tenuto fino a scadenza (e l’Italia non è fallita) ha riavuto i suoi 100. La volatilità del prezzo non è una perdita certa — lo diventa solo se vendi prima, o in caso di default.
I quattro rischi di un BTP (e come conviverci)
Mettiamoli in fila. Un BTP ha quattro rischi principali:
- Rischio tasso — se i tassi salgono, il prezzo scende. L’hai visto con la duration: più è lunga, più il prezzo balla.
- Rischio Paese — se cala la fiducia nell’Italia, il prezzo scende (lo spread). Lo misura il rating: oggi l’Italia è intorno a BBB, la Germania AAA. Lo trovi sui siti delle agenzie (S&P, Moody’s, Fitch) o su un tracker.
- Rischio inflazione — la «tassa occulta». La cedola è fissa: se l’inflazione sale, il tuo potere d’acquisto scende anche se il rendimento nominale non cambia. È proprio per proteggersi da questo che esistono i BTP indicizzati (BTP Italia, BTP€i) — ne parliamo in un articolo a parte.
- Rischio valuta — scatta solo se compri un titolo in una valuta diversa dalla tua. Un italiano che compra un BTP (in euro) non ce l’ha; un inglese o uno svizzero, sì. Nel calcolatore c’è il selettore valuta apposta.
C’è poi un rischio meno noto, il rischio di reinvestimento: quando cedole e capitale rientrano, potresti doverli reinvestire a tassi più bassi. È anche il motivo per cui il TIR è solo teorico (presuppone di reinvestire ogni cedola allo stesso tasso).
Quanto costa comprare un BTP
Meno di quanto pensi, soprattutto all’emissione. Le voci sono queste:
- Commissioni — all’emissione: zero. Se sottoscrivi un BTP al collocamento non paghi commissioni: a pagarle alle banche collocatrici ci pensa il Tesoro (fonte: decalogo MEF sulla trasparenza). Sul mercato secondario invece — quando compri un BTP già in circolazione — paghi le normali commissioni del tuo intermediario.
- Custodia (deposito titoli): per legge non può superare 10 € a semestre (è un tetto, può essere meno; vale solo se il dossier contiene esclusivamente titoli di Stato).
- Spread denaro-lettera: la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita. Sui BTP è minimo (sono liquidissimi) ed è un costo una tantum, non annuo → impatto trascurabile.
- Imposta di bollo: lo 0,2% l’anno sul valore del deposito (la rivediamo tra le tasse; è l’unico costo davvero ricorrente).
Le tasse: il 12,5% e come recuperare le minusvalenze
Buona notizia: sui titoli di Stato italiani (e assimilati «white-list») l’aliquota è agevolata al 12,5%, non il 26% degli altri strumenti. Vale sia sulle cedole sia sul guadagno in conto capitale (compri sotto la pari, a scadenza ti rimborsano 100).
C’è però un dettaglio dove quasi tutti sbagliano: cedole e guadagno in conto capitale sono due «cassetti» fiscali diversi. Le cedole sono redditi di capitale; il guadagno (o la perdita) tra prezzo d’acquisto e rimborso è un reddito diverso. E i due cassetti non si parlano.
Come recuperare le minusvalenze (lo «zainetto fiscale»)
Quando vendi o rimborsi in perdita generi una minusvalenza. Finisce in uno «zainetto» e puoi usarla per abbassare le tasse su future plusvalenze — ma solo dello stesso cassetto (redditi diversi) ed entro l’anno in corso più i 4 successivi. Oltre quel termine, si perde.
Cosa può compensare: le plusvalenze (redditi diversi) — azioni, obbligazioni e certificati venduti in guadagno, e proprio il guadagno a scadenza di un BTP comprato sotto la pari. Cosa non può compensare: cedole e dividendi (redditi di capitale). In tabella:
Un dettaglio per i più «pignolazzi» (cit): le minus/plus sui titoli di Stato entrano nello zainetto al 48,08% del valore (il 12,5% equivale al 26% sul 48,08%). Quindi 100 € di minusvalenza su un BTP «valgono» circa 48 € di credito utilizzabile contro strumenti tassati al 26%. In regime amministrato è la banca a gestire lo zainetto in automatico (solo sui titoli dello stesso intermediario); in regime dichiarativo lo gestisci tu in dichiarazione, anche fra conti diversi. Fonte: D.Lgs. 461/1997; artt. 67-68 TUIR.
5 miti da sfatare
- «La cedola è il mio rendimento.» No: il rendimento dipende anche dal prezzo a cui compri. Conta il TIR, non la cedola nominale.
- «Comprare sopra la pari è una perdita.» No: le cedole più ricche compensano, e il TIR resta positivo — solo un po’ più basso.
- «Il BTP non può perdere.» Può: se vendi prima della scadenza (rischio tasso e spread), oppure in termini reali, per l’inflazione.
- «Le minusvalenze compensano tutto.» No: solo le plusvalenze (redditi diversi). Non cedole, dividendi o guadagni da ETF.
- «Duration uguale scadenza.» Solo per lo zero-coupon. Con le cedole la duration è più corta.
Domande frequenti
Quante tasse si pagano su un BTP?
Sui titoli di Stato l’aliquota è agevolata al 12,5% (invece del 26%), sia sulle cedole sia sulle plusvalenze. A questo si aggiunge l’imposta di bollo dello 0,2% l’anno sul valore del deposito.
Conviene comprare un BTP sopra la pari?
Comprare sopra la pari non è una perdita, come molti credono: le cedole più ricche compensano i punti che «perdi» al rimborso. Quello che conta è il rendimento effettivo (il TIR), che resta positivo anche sopra la pari. È la spiegazione di un meccanismo, non un consiglio d’investimento.
Cos’è la duration di un BTP?
È il tempo medio in cui rientri dei tuoi soldi. Misura anche la sensibilità del prezzo ai tassi: più è lunga, più il prezzo oscilla quando la BCE li muove. Per uno zero-coupon coincide con la scadenza.
Le obbligazioni all’emissione hanno commissioni?
All’emissione (collocamento) sui titoli di Stato non paghi commissioni: le versa il Tesoro alle banche. Sul mercato secondario, invece, paghi le normali commissioni del tuo intermediario.
Cos’è il rateo?
È la parte di cedola già maturata che paghi al venditore quando compri tra due stacchi. Il prezzo quotato è il «corso secco», ma tu paghi il «tel quel» = corso secco + rateo. Lo riprendi tutto alla prima cedola.
Come si recuperano le minusvalenze?
Vanno nello «zainetto fiscale» e compensano future plusvalenze (redditi diversi) entro l’anno in corso e i 4 successivi. Non compensano cedole né dividendi. Un BTP comprato sotto la pari, che a scadenza genera un guadagno in conto capitale, può servire proprio ad assorbire le minusvalenze.
